Gestione crisi Covid-19: i segnali persi

Tra dicembre 2019 e gennaio 2020, prima dello scoppio dell’epidemia, tre importanti segnali con origine Alzano Lombardo (BG), uno degli epicentri della pandemia, sono andati persi nel nostro caotico sistema sanitario. Questi avrebbero potuto cambiare la storia della gestione di crisi Covid-19 in Italia.

Qualche giorno fa avevo scritto dell’indagine aperta dai magistrati di Bergamo, guidati dalla procuratrice capo Maria Cristina Rota, sulla gestione della crisi Covid-19 da parte di Regione Lombardia e delle istituzioni centrali. Da queste indagini sicuramente emergeranno indicazioni molto interessanti e, voglio immaginare, profili di responsabilità da parte della classe politica regionale e nazionale oltre che evidenti carenze del sistema di gestione di crisi nazionale. 

Intanto ieri, a seguito di una richiesta di accesso agli atti relativi all’ospedale Pesenti-Fenaroli di Alzano Lombardo da parte del consigliere regionale di Azione Niccolò Carretta sono stati resi pubblici i documenti di Ats Bergamo e Asst Bergamo Est. E sono iniziate le sorprese. Come ha scritto Isaia Invernizzi sull’Eco di Bergamo

“i dati per far suonare un primo segnale d’allarme c’erano”.

I dati oggettivi

Dai dati resi pubblici ieri si evince che già a partire da novembre/dicembre si erano registrati in Val Seriana casi di “polmoniti sospette”. Alla fine dell’anno scrive Paolo Berizzi su Repubblica c’erano 40 persone ricoverate all’ospedale Pesenti-Fenaroli per virus non riconosciuti. Tra novembre 2019 e gennaio 2020 erano state diagnosticate 110 polmoniti con codice 486 «polmonite, agente non specificato» di cui secondo, il Corriere della Sera, 52 solo a gennaio.

Prosegue Isaia Invernizzi sull’Eco di Bergamo: “Come si può osservare dagli stessi dati resi noti da Ats, i codici 486 ci sono sempre stati nell’ospedale di Alzano Lombardo. Ma dall’andamento mensile l’anomalia è chiara, così come è chiara dal confronto tra i ricoveri del 2019 e quelli del 2018: 196 polmoniti non riconosciute nel 2018, ben 256 tra gennaio e dicembre 2019 (da ascriversi quasi completamente agli ultimi due mesi dell’anno secondo il Corriere della Sera). Il 30% in più, a emergenza ancora molto lontana. Ed è bene specificare che questi numeri ufficiali contemplano solo i ricoveri, non i semplici accessi al pronto soccorso (esclusi da questa statistica), né tanto meno le diagnosi di polmonite fatte dai medici”.

È logico pensare che, con tutti i dati a disposizione, l’allarme sarebbe stato ancor più lampante.

I farmacisti della zona hanno a loro volta raccontato che da dicembre a febbraio c’è stata un abnorme uscita di farmaci prescritti dai medici per polmoniti anomale tanto da sfornire alcune farmacie.

I segnali “persi” 

Armando di Landro sempre sul Corriere si chiede se in quel periodo “i dati erano stati trasmessi dall’azienda ospedaliera all’Ats e quindi alla Regione? Probabilmente erano arrivati a Palazzo Lombardia, con i flussi trimestrali, i numeri di fine 2019. Ma quelli di gennaio erano contenuti nel report successivo, di fine marzo, quando l’emergenza era ormai al suo apice”.

C’è seriamente da interrogarsi, a fronte di un rischio pandemico evidenziato dall’OMS fin dal 2005, come sia possibile che dati potenzialmente critici vengano trasmessi su base trimestrale. Sarebbe ugualmente interessante capire come questi vengono trasmessi e se questa è una modalità operativa peculiare della Regione Lombardia o se è pratica comune in tutte le regioni d’Italia.

Un efficiente sistema di gestione di crisi si basa anche sulla capacità dell’organizzazione (in questo caso lo Stato) di cogliere i deboli segnali di una potenziale crisi attraverso una serie di “sensori” e di farli risalire a qualcuno che li possa valutare. Dai dati appare chiaro che nel caso della pandemia da Covid-19, ben 3 distinti segnali sono stati ignorati:

  1. un numero anomalo di casi in codice 486 «polmonite, agente non specificato»
  2. un numero anomalo di prescrizioni mediche per farmaci per trattare polmoniti anomale
  3. un numero abnorme di farmaci venduti in farmacia

Come mai, si chiede Armando di Landro,

“le polmoniti di pazienti già ricoverati a novembre non avevano fatto scattare nessun allarme?”

Appare del tutto evidente che se l’Italia fosse dotata di un banale sistema centralizzato di raccolta dati che collega in tempo reale tutto il sistema sanitario nazionale (medici, presidi ospedalieri, case di cura, farmacie) questi segnali avrebbero attivato subito un allarme e sarebbero stati oggetto di attenzione immediata.

Non mi addentro qui nella tematica della revisione del Titolo V della Costituzione che ha spostato la competenza in campo sanitario dallo Stato alle Regioni ma i limiti di quella scelta mi sembrano del tutto evidenti. La parcellizzazione delle competenze da un lato e del sistema gestionale dall’altro, insieme alla mancanza di procedure comuni e sistemi informatici – se esistenti – in grado di dialogare tra loro rappresentano un ostacolo insormontabile nella gestione di una crisi sanitaria che interessa tutto il territorio nazionale.

Inoltre, in un sistema più sofisticato ovvero quello che ci si aspetteremmo dallo Stato italiano, quei deboli segnali di allarme provenienti dai territori avrebbero dovuto essere incrociati con le informazioni delle quali erano in possesso i nostri servizi di informazione. E’ infatti ormai noto che i servizi americani avevano avvisato il Presidente USA Trump a inizio gennaio rispetto a quanto stava accadendo in Cina e possiamo quindi immaginare che anche i servizi italiani fossero al corrente.

Questo incrocio di informazioni – che avviene solitamente all’interno di appositi comitati il cui compito è quello di monitorare a 360 gradi possibili minacce – avrebbe dovuto portare all’immediata attivazione del sistema di risposta.

Un sistema che deve essere ripensato

La capacità di cogliere per tempo i segnali e di incrociare le informazioni sono alla base di un buon sistema di gestione di crisi così come avere procedure chiare, un sistema pensato e organizzato e una “cultura sensibile”.

Le lacune evidenziate nella gestione di crisi Covid-19 da parte delle nostre istituzioni e di tutta la classe politica dal centro alle Regioni sono estremamente preoccupanti.

Appare urgente la necessità di ripensare completamente il sistema di gestione di crisi ponendo maggiore enfasi sulla fase di preparazione e formazione soprattuto di chi è chiamato a prendere le decisioni. Ed è necessario dotarsi di sistemi informatici e di analisi dei dati in tempo reale in grado non solo di allertare il sistema di gestione circa eventuali situazioni “anomale” ma anche di supportare il processo decisionale.

In conclusione un sistema di gestione di crisi efficiente avrebbe permesso di anticipare gli eventi, evitare il forte stress esercitato dalla pandemia sul sistema sanitario, limitare il lockdown a comuni e zone dove questo era strettamente necessario riducendo così il suo devastante impatto sull’economia nazionale e sulla salute mentale degli italiani.

Last but not least come dicono gli anglosassoni, avrebbe permesso di salvare molte persone da una morte prematura. Il costo dell’impreparazione come possiamo ben vedere è stato e continua ad essere enorme.

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