Gli attentati di Bruxelles e l’interesse per la gestione di crisi, il mio racconto

INTRODUZIONE della tesi di laurea magistrale (Estratto, dicembre 2018)

Come sono arrivata a questa tesi? Mi concedo di rispondere a questa domanda raccontando quello che secondo me ha influenzato maggiormente lo sviluppo dei miei interessi nell’ambito della gestione di crisi.

Non ricordo quando sia nata l’idea di studiare il crollo del ponte Morandi del 14 agosto 2018 come caso di crisi, ma non ho avuto dubbi sul fatto che questo avvenimento mi permettesse di esplorare degli aspetti di ogni crisi che mi affascinano. Avrei voluto essere un ingegnere, una giurista, una psicologa, un architetto, una giornalista, un’antropologa e molto altro ancora mentre lo studiavo e analizzavo, proprio per la varietà delle tematiche e delle sensibilità in gioco. 

Mi sono interrogata su come sia finita a Parigi a lavorare in un’agenzia di consulenza in gestione di rischi e di crisi e in comunicazione sensibile e di crisi e parallelamente interessata al crollo del ponte Morandi. Penso di poter individuare un evento principale che mi ha portata ad appassionarmi a questo ambito e qui lo racconterò.

Mi trovavo nella capitale europea, stavo svolgendo il terzo anno di triennale in Comunicazione, grazie al programma Erasmus Plus, presso l’Université Libre de Bruxelles. Era l’anno accademico 2015/2016 ed ero nella mia stanza, al Campus de la Plaine, quella mattina del 22 marzo 2016 quando tre bombe esplosero una dopo l’altra nell’aeroporto di Bruxelles-Zaventem e nella stazione della metropolitana di Maelbeek/Molenbeek. 

Ricordo quel giorno, ma anche tutte le fasi che si sono susseguite dal mio arrivo in città, da inizio settembre 2015 fino al ritorno in Italia nell’agosto del 2016. La prima fase, che potremmo definire la situazione di normalità, è durata fino al 13 novembre 2015. Quel giorno vi furono gli attacchi terroristici a Parigi: tre esplosioni allo Stade de France e sei in altri luoghi della città, tra cui il Bataclan. 

Salah Abdeslam, uno dei responsabili degli attentati, è stato avvistato nella capitale belga poco dopo. Il livello di allerta dichiarato dal Centro Nazionale di Crisi Belga (OCAM, Organe de coordination pour l’analyse de la menace) è stato portato a quattro nella capitale, livello massimo definito “di rischio serio ed imminente”, e a tre nel resto del Paese. È stato in quel momento che ho iniziato a ragionare sulle misure prese, a interrogarmi sulla loro efficacia e a cercare di capire come si potesse affrontare una situazione di minaccia altissima senza disporre di un’informazione completa. Mi interrogavo in particolare sui provvedimenti che avevano un impatto diretto sulla mia vita da studentessa universitaria lì. Le domande principali erano: questa misura mi protegge? Sono più sicura? E se la risposta è affermativa, da cosa mi protegge?

Tra le misure precauzionali vi è stata la chiusura della metropolitana; l’annullamento di grandi ritrovi di persone, come concerti e competizioni sportive; lo smantellamento dei luoghi affollati, come i mercatini di Natale; l’attivazione di un numero verde; la chiusura delle scuole e delle Università, la mia inclusa. Inoltre moltissimi soldati hanno affollato una città che diveniva sempre più deserta per pattugliare le strade con mezzi blindati. Alcuni di loro giravano anche per il Campus dove alloggiavo, in quanto si trattava di un luogo ospitante un elevato numero di persone che, tuttavia, si era deciso di non mandare altrove. 

I giornali parlavano di città fantasma e coprifuoco: la situazione creatasi a Bruxelles era la notizia principale anche dei mezzi di informazione italiani. 

Gli studenti che erano tornati nelle loro città per il fine settimana ci rimasero; quelli che non avevano un altro posto vicino dove andare dovevano invece prendere una decisione: “rischiare” uno spostamento, andando in stazione o all’aeroporto, oppure rimanere nella capitale. 

Nel mio piano restammo in più della metà. C’è un altro aspetto, bellissimo questo, nelle situazioni di crisi: la solidarietà e i legami che si possono costruire proprio in queste circostanze e che vengono tradotte in comportamenti semplicissimi. Mettersi d’accordo per andare a fare la spesa in piccoli gruppi per tutto il palazzo; chiedere se qualcuno ha bisogno di qualcosa per ridurre al minimo le uscite di tutti; cercare di stare su di umore per non farsi prendere dal panico che può, a sua volta, essere un generatore di crisi all’interno di circostanze già di per sé rischiose. 

Tuttavia un Paese non può restare blindato a lungo e questa situazione di quasi totale chiusura in realtà durò molto poco, non più di una settimana, anche se è sembrato molto di più. Da li è iniziata una nuova fase: si sapeva – nel senso che se ne parlava pubblicamente – che ci sarebbe stato un attentato, ma mancavano il dove e il quando

L’Università riaprì con l’aggiunta di due nuove misure: la prima era che bisognava andare in giro con un cartellino che mostrasse il badge universitario, per essere riconoscibili; la seconda consisteva in una nuova “urbanistica” del Campus, per cui i percorsi per raggiungere le aule erano modificati. Infatti gli accessi principali erano bloccati ed erano previsti percorsi labirintici per raggiungere ogni spazio. 

Ecco, queste misure ai miei occhi erano motivate dal bisogno di rassicurare piuttosto che da quello di proteggere effettivamente noi studenti. Infatti non si poteva avere nessuna certezza del fatto che il potenziale attentatore non potesse essere uno studente universitario, anzi degli studi indicavano come profilo tipico un individuo di genere maschile, celibe, di giovane età, di classe sociale superiore alla media ed istruito (1). Quindi per quale motivo non avrebbe potuto essere un compagno di corso? 

La seconda ragione invece era che la nuova disposizione urbanistica del Campus era davvero complicata. Se effettivamente veniva contenuto il rischio di assembrare molte persone in un unico spazio, si creava però un nuovo problema: se qualcuno avesse avuto un malessere, anche banale, portarlo fuori dagli edifici universitari sarebbe stata una vera missione.

Per qualche mese inoltre si sono susseguite false informazioni, blitz della polizia e iniziative su Twitter, tra cui l’ondata di tweet con foto di gatti riportanti hashtag legati ai lavori della polizia con lo scopo di depistare potenziali attentatori sui veri spostamenti delle forze dell’ordine. 

Il 19 marzo 2016 Salah Abdeslam e alcuni suoi complici vennero arrestati nel quartiere di Molenbeek, a Bruxelles, dopo quattro mesi di ricerche. La risposta arrivò tre giorni dopo, in quella giornata che inizia proprio con la notizia delle esplosioni. 

Il 22 marzo è stata una giornata interminabile. Non si sapeva infatti se erano stati posizionati altri ordigni nella città. La popolazione era invitata a restare chiusa in casa; lasciare libere le strade per consentire ai soccorritori di raggiungere i luoghi delle esplosioni; comunicare tramite SMS per non intasare le linee telefoniche e sovraccaricare internet. La piattaforma di social network Facebook inserì il Safety Check per permettere a chi si trovava in città di rassicurare amici e conoscenti.

Lo stato di allerta di livello quattro è entrato in vigore in tutto il Paese: sono state chiamate ulteriori risorse tra forze dell’ordine e militari; sono stati incrementati i controlli di sicurezza nei pressi delle centrali nucleari; alcuni Paesi confinanti hanno interrotto il collegamento con il Belgio; i voli diretti all’aeroporto di Zaventem sono stati dirottati in altri aeroporti ed è scattato l’allarme in tutta l’Unione Europea. Nella capitale belga i trasporti pubblici sono stati sospesi; la Croce Rossa ha lanciato un appello alle donazioni di sangue; è stato attivato un numero verde; sono stati divulgati i primi bilanci di vittime e feriti così come le prime piste di investigazione e testimonianze. 

Lo Stato Islamico (ISIS) ha rivendicato l’attacco nel pomeriggio ed è scattata la ricerca di uno dei terroristi, sopravvissuto e in fuga. Mentre circolavano in rete foto, video e ricostruzioni degli avvenimenti, il governo belga annunciava tre giorni di lutto nazionale e i capi di Stato di altri paesi inviavano messaggi di cordoglio e solidarietà. 

Ci aspettavamo che la situazione sarebbe rimasta bloccata per un periodo ancora più lungo rispetto a quanto accaduto a novembre, tant’è che siamo andati al supermercato a fare rifornimenti, pronti per un secondo Bruxelles Lockdown, ma così non è stato. Già la sera del 22 marzo hanno ripreso a funzionare alcune linee dei trasporti; le lezioni non sono state sospese; le persone sentivano il bisogno di uscire e si sono recate a posare dei lumini davanti alla Borsa di Bruxelles e il 24 marzo il livello di minaccia dell’OCAM è tornato a tre (2).

Nella tragicità dell’evento c’era anche la consapevolezza, da parte dei sopravvissuti, che quel giorno che sapevamo sarebbe arrivato da novembre, fortunatamente ci aveva visto solo spettatori. All’epoca dei fatti ammetto di non essermi interessata a seguire la gestione dopoil 22 marzo, forse perché non ne volevo più sapere, perché inconsciamente per me quella crisi era finita lì, e ho dovuto ricostruire a posteriori quanto accaduto per poterlo raccontare correttamente.

Il processo di identificazione delle vittime e dei feriti è durato una settimana intera: le ustioni riportate non permettevano il riconoscimento visivo e bisognava basarsi su test di DNA e sulle impronte digitali. C’era estrema prudenza nel comunicare queste informazioni e solo quando l’identificazione era certa venivano avviate le pratiche successive, come il passaggio di tali informazioni alle ambasciate: delle 32 vittime infatti quindici avevano nazionalità straniere (3). Per le persone coinvolte negli attentati sono stati attivati servizi di sostegno psicologico (4); due settimane dopo erano ancora 28 i feriti che necessitavano cure intensive. Il Centro Nazionale di Crisi Belga, a seguito di un decreto regio del primo maggio 2016, si è visto affidare nuove missioni, soprattutto in termini di misure urgenti, e la co-presidenza dell’Unità di Gestione insieme alla Procura federale (5).

Questo ritengo sia stato l’evento più influente nella mia scelta di approfondire l’ambito delle crisi. 

Il crollo del ponte Morandi è l’argomento che ho scelto per questa tesi di laurea. È evidentemente un tipo di crisi molto diversa da quella che ho raccontato, ma alcuni aspetti e ragionamenti permangono qualsiasi sia l’origine, l’impatto, lo svolgersi della crisi. 

Del ponte Morandi mi ha colpito la notizia del crollo in quanto persona e cittadina italiana quando l’ho appresa; mi ha colpito l’eco mediatico che ha avuto; le varie problematiche che via via sono emerse; la posizione di un Governo di pochi mesi davanti a tale tragedia e l’inchiesta giudiziaria, ancora in corso, per accertare e comprenderne cause, mancanze e colpevoli. Mi ha colpito il lato traumatico dell’evento anche per coloro che, come me, non l’hanno vissuto sulla loro pelle; e il periodo in cui è avvenuto, i giorni di ferragosto, quando gli italiani percorrono chilometri e chilometri di autostrade a volte semplicemente per andare in vacanza. 

Note e fonti:

(1) Gambetta D., Can We Make Sense of Suicide Missions? In Making Sense of Suicide Missions, Oxford and New York: Oxford University Press, 2005, pp. 259-300.

(2) Questo livello, definito “grave”, di minaccia possibile e probabile è stato mantenuto fino al 2018 quando è stato abbassato e passato al livello “medio” di minaccia poco probabile, https://centredecrise.be.

(3) Diciassette vittime belga, quindi vittime di altri paesi, tra cui una ragazza italiana che ha perso la vita nell’attacco alla stazione della metropolitana di Maelbeek. 

(4) 2.449 persone sono state direttamente coinvolte negli attentati, di cui 340 ferite. Il sostegno psicologico ha coinvolto più organismi: la Fire Stress Team, per i vigili del fuoco, il servizio dell’armata per i militari, la Stressteam per gli ufficiali di polizia, Aziende private e specialistiche per il personale dell’aeroporto di Bruxelles, oltre che il servizio pubblico. Il governo belga ha poi creato delle brochure disponibili per la cittadinanza contenenti consigli psicologici e focus su casi specifici, come ad esempio la reazione dei minori di fronte all’evento. 

(5) Plan d’urgence national, https://2016.ibz.be/2017/05/05/terrorisme-plan-durgence-national/.

L’articolo è un estratto della tesi di laurea magistrale dell’autrice ed è stato pubblicato su LinkedIn in occasione dell’6° anniversario degli attentati a questo link: https://www.linkedin.com/pulse/gli-attentati-di-bruxelles-e-linteresse-per-la-gestione-irene-proto/

Share this

Pubblicato da Irene Proto

Crisis management advisor e complessista

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.